L’arte di aver (sempre) voglia di imparare qualcosa
Il bisogno di apprendere in mezzo ad una frenetica realtà quotidiana
Questo articolo è dedicato alla pratica del commonplacing, che considero una sorta di estensione dell’annotare i libri.
Do per scontato che chi di voi legge questo articolo sappia di cosa sto parlando, in caso contrario vi lascio qui il link dove potete trovare una definizione del termine.
Ho iniziato ad adotta questa tecnica dopo averla scoperta nei meandri di internet. Che poi non si parla proprio di scoperta, quanto piuttosto di dare un’etichetta diversa, più trendy, a una pratica che forse molti di noi già adoperavano.
Pensiamo a quando andavamo a scuola, o anche all’università, e prendevamo appunti su ciò che i professori spiegavano, oppure durante un meeting lavorativo. Questi contesti, a mio avviso, sono tutti accomunati da un elemento: la necessità di avere un punto di riferimento dove raccogliere idee, progetti, appunti, informazioni che ci saranno utili in seguito, oppure anche no. Talvolta le informazioni che raccogliamo rimangono semplicemente… informazioni.
Perché tenere un commonplace?
Io tengo contemporaneamente tantissimi journals, è una cosa che mi piace fare. Ho un gratitude journal, un reading journal, un’agenda dove scrivo anche delle mie giornate, faccio le morning pages… insomma, mi piace scrivere. Questi diari, però, hanno una caratteristica in comune: sono diari personali, scrivo di me al loro interno.
Il commonplace, invece, è diverso. In teoria (o almeno questa è la mia interpretazione) in questo tipo di journal, ciò che viene scritto non proviene da noi, ma dall’esterno.
Quanti video consumiamo ogni giorno? Quante informazioni leggiamo con più o meno interesse quotidianamente? E quante di queste cose che consumiamo effettivamente ci restano? Spesso mi capita di imbattermi in un articolo interessante che, casomai, mi piacerebbe approfondire. Casomai mi dico: “lo rileggo dopo”, “lo sposto in questo gruppo di pannelli cosi la prossima volta lo trovo subito”. Stessa cosa con i post su instagram: “questo me lo salvo cosi più tardi me lo riguardo”. Non oso nemmeno nominare gli screenshot. Penso di non essere l’unica, mi saprete confermare o smentire nel caso.
Perché il commonplace è un journal un po’ più speciale
Io lo qualifico come un quaderno che mi permette di tenere traccia delle mie conoscenze. So che è un concetto alquanto vago, provo ad essere più specifica. Nel commonplace trascrivo tutte quelle conoscenze randomiche che trovo interessanti, semplicemente per il gusto di tornarci su e assimilarle meglio.
Ma in realtà fare commonplacing può essere più speciale di così.


Ho iniziato questa pratica di journaling l’anno scorso (2025) e da allora ho avuto alti e bassi. Con ciò intendo che ho provato diverse tecniche e modalità di tenuta, pretendo da uno stile più creativo (stampavo fotografie da incollare accanto all’articolo o le copertine dei video YouTube ad esempio), per poi passare a un quadernino piccolo piccolo (un passport travelers company) dove appuntavo informazioni brevi o frasi usando i dot stickers colorati per categorizzare il tipo di informazioni.
Con entrambi sono stata consistente per un periodo poi li ho abbandonati perché o richiedevano troppo tempo o troppo poco.
Di recente ho deciso di fare un altro tentativo (perché ero ricaduta nel buco nero dell’archiviazione digitale), stavolta cambiando metodo.
Ora il mio commonplace consta di due macro sezioni (se cosi di possono chiamare, ma con l’immagine che vi metto qui sotto sarà più facile comprendere).
Talvolta trascrivere informazioni, anche molto interessanti, dall’esterno può diventare un procedimento sterile, qualcosa che in realtà non ci lascia nulla di rilevante nel lungo termine. È un po’ come con la lettura: leggere tanti libri, completare TBR lunghissime nell’arco di un breve lasso di tempo, concludere un libro e passare immediatamente al successivo. Che senso ha?
Non voglio assolutamente dire che è sbagliato, anzi! Ognuno di noi ha esigenze diverse e interessi diversi, che spesso mutano in relazione al tipo di libro che si sta leggendo (o anche al video che si guarda etc.)
A volte però è piacevole restare per più tempo in compagnia di un libro, analizzarlo un pò più a fondo, capire cosa vuole trasmetterci, perché, come recepiamo noi il significato in esso contenuto, perché ci suscita certe emozioni o sensazioni.
Ho sempre tenuto tutto nella mia testa fin quando non ho iniziato ad annotare i libri (ti rimando al mio articolo sul perché annotare i libri fa bene all’anima se ti è sfuggito) e finché non ho iniziato ad esprimere il mio parere in relazione ai media che “consumo”.
La forma definitiva del mio commonplace
Le due sezioni di cui vi parlavo sono:
la trascrizione del testo di un articolo, di ciò che viene detto in un video, delle informazioni contenute in un post su instagram etc.
La mia personale interpretazione, il mio commento a queste fonti diciamo.
Per separare le due cose, che sono in realtà inevitabilmente interconnesse, utilizzo due penne di colori diversi: il nero per il testo, il marrone per il mio commento.
Parlo di interconnessione perché, se ci pensiamo, i nostri pensieri e i nostri ragionamenti sono il frutto di come percepiamo e filtriamo le informazioni che ci pervengono dall’estero. Assimiliamo, rielaboriamo, diventiamo.
Il mio commonplace è un journal, perché alla fine posso chiamarlo cosi, che mi permette di avvicinarmi con più consapevolezza ai miei interessi e a ciò che attira la mia attenzione.



Non sapremo mai chi siamo finché non ci guardiamo dentro, ma non capiremo mai perché siamo finché non guardiamo al di fuori di noi.
Gli strumenti che a mio avviso sono più idonei per compiere questa operazione sono le annotazioni sui libri , o anche su un quaderno a parte (quaderno che potrebbe essere appunto un commonplace) e il mio commonplace journal.
Vi ho tediato abbastanza, vi ringrazio per aver letto fin qui e ci vediamo al prossimo appuntamento.
Uscirà un articolo ogni due settimane.
Bene gente, buona lettura e buona giornata!
Xoxo


Ho iniziato il mio commonplace journal guardando i video di Ruby Granger e mi ha messo moltissima gioia vedere qualcuno parlarne in italiano. Grazie per questo articolo!
Non conoscevo il concetto di commonplace journal e lo trovo veramente molto interessante. Spesso sento di essere bombardata da informazioni, tante da attraversare la mia menoria senza restarci dentro per molto tempo. Uno strumento simile sarebbe molto utile per cristallizzare quello che realmente ci interessa.